Rusty Sallow Sun:

l’alba di un sole Giallastro

Guardi la copertina, quel sole stilizzato tinto di rosso e giallastro, e pensi a Screamadelica, pietra miliare della musica britannica targata Primal Scream e datata 1991. E, in effetti, realizzi che proprio i nineties devono essere l’humus culturale ed artistico degli Underhouse, cinque ragazzi triestini poco più che ventenni. Ma Rusty Sallow Sun, vera e propria demo d’esordio di una formazione in attività già da cinque anni, con quello straordinario ed allucinato compendio di acustica ed elettronica, blues e acid house, non ha nulla a che vedere. No, in questo disco c’è tanto pop e un bel po’ di rock, fatti con genuina ispirazione, in bello stile e senza fronzoli. Rigorosamente brit, beninteso: al di qua della Manica non si scavalla nemmeno per scherzo. Ci senti i Coldplay, i Radiohead, i Verve. Nomi che soltanto a pronunciarli invitano alla riverenza e alla genuflessione; e invece gli Underhouse ci si accostano, con tanta naturalezza e – forse – un pizzico di incoscienza. La produzione, asciutta ma non scarna, veste d’eleganza le composizioni, mature e mai scontate.
“Paperboat”, che apre la raccolta, è un valzer elettrico e trasognato che culla l’ascoltatore per cinque minuti e sintetizza, forse meglio di ogni altro pezzo, songwriting robusto e arrangiamento essenziale e raffinato. C’è un filo esile che separa l’ambizione dalla velleità, l’osare dallo strafare, e gli Underhouse non lo varcano mai: si piacciono ma non si specchiano, si ricreano ma non si snaturano.
Il secondo brano, “Chamber music”, è di gran lunga il più distorto ma anche il più radio-friendly. Qui spadroneggiano le chitarre, che si stagliano con potenza su una sezione ritmica serrata. Il crescendo non si spezza nonostante le pause riflessive delle strofe e del bridge e l’abbandono dell’intermezzo strumentale: una composizione dotata di dinamica invidiabile.
Con “Dangling” torna la quiete. Il cantato sommesso e l’atmosfera soffusa sono la dolce introduzione all’entrata dell’organo e all’apoteosi di archi che trascinano la canzone al climax, corale ed orchestrale. La perfetta pop ballad, la madreperla sulla collana.
“En Route” ricalca sentieri più cupi, parzialmente già battuti in “Chamber Music”, con ritmo incalzante: rintocchi pianistici, chitarre taglienti, una costruzione sonora che ammicca al rock più ruvido ma rimane in bilico tra tensione emotiva e composta grazia, senza dilagare nemmeno nel finale.
Quello che sembra un carillon distante è in realtà l’inizio di “Reverb of silence”, il brano conclusivo. Crepuscolare ed intimo, adagia arpeggi e parole su un tappeto sinfonico che, per una volta, sfiora il barocchismo fino a rarefarsi nel finale.
E il sole tramonta.
Cos’è Rusty Sallow Sun? E’ il credibile punto di partenza di una band giovane che ha saputo tratteggiare con decisione i propri lineamenti artistici, pur senza rinunciare a contemplare orizzonti ampi, terreno fertile per evoluzioni e sperimentazioni.

Davide Ciullo

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